Così ora Monti cerca di temperare gli eccessi rigoristi di Berlino
“Il più tedesco degli economisti italiani”, come si è autodefinito Mario Monti nella conferenza stampa di fine anno, ora si prepara a dare qualche dispiacere a Berlino. Dagli emendamenti presentati dal governo italiano al Patto fiscale europeo di dicembre – e che il Foglio ha potuto visionare – emerge infatti il tentativo dell’esecutivo di temperare gli eccessi rigoristi voluti dalla cancelliera Angela Merkel, in particolare sulla riduzione del debito pubblico e sul pareggio di bilancio.

“Il più tedesco degli economisti italiani”, come si è autodefinito Mario Monti nella conferenza stampa di fine anno, ora si prepara a dare qualche dispiacere a Berlino. Dagli emendamenti presentati dal governo italiano al Patto fiscale europeo di dicembre – e che il Foglio ha potuto visionare – emerge infatti il tentativo dell’esecutivo di temperare gli eccessi rigoristi voluti dalla cancelliera Angela Merkel, in particolare sulla riduzione del debito pubblico e sul pareggio di bilancio.
La data da cui occorre partire per ricostruire tutta la vicenda è quella del 9 dicembre scorso. Quel venerdì i capi di stato e di governo dell’Unione europea annunciarono infatti l’atteso “Fiscal compact” (Patto fiscale) che avrebbe dovuto tranquillizzare i mercati sulla serietà degli impegni presi dal Vecchio continente per sostenere l’euro. Il summit non è stato risolutivo, non foss’altro perché la forma dell’accordo intergovernativo dilata i tempi di entrata in vigore delle nuove regole. Il Patto del 9 dicembre annunciava infatti impegni per una più severa disciplina di bilancio, con sanzioni automatiche e più facilmente applicabili per gli stati che avessero sforato i limiti per deficit e debito, e perfino un ruolo censorio per la Corte europea di giustizia. Ma si trattava di impegni politici che, visto il rifiuto di Londra di aderire, saranno vincolanti soltanto quando saranno tradotti in un trattato internazionale sottoscritto dai 26 stati. La firma dei leader Ue è prevista per marzo, e fino ad allora si è aperto uno spazio di trattativa sul testo.
Come si comporterà dunque l’Italia? Il dossier è da settimane in cima all’agenda del Tesoro, considerato per esempio che l’ultima versione dell’accordo prevede che gli stati dovranno impegnarsi a ridurre drasticamente il loro debito pubblico, con tagli annui di un ventesimo del debito in eccesso rispetto al 60 per cento del pil. Per l’Italia vorrebbe dire ridurre lo stock di debito di 40-50 miliardi di euro l’anno. Si tratta di dosi massicce di rigore fiscale, visto che la manovra correttiva approvata a dicembre da Monti, da sola, pesa 25 miliardi. Tutto questo ovviamente varrà se il Patto resta invariato.
La data da cui occorre partire per ricostruire tutta la vicenda è quella del 9 dicembre scorso. Quel venerdì i capi di stato e di governo dell’Unione europea annunciarono infatti l’atteso “Fiscal compact” (Patto fiscale) che avrebbe dovuto tranquillizzare i mercati sulla serietà degli impegni presi dal Vecchio continente per sostenere l’euro. Il summit non è stato risolutivo, non foss’altro perché la forma dell’accordo intergovernativo dilata i tempi di entrata in vigore delle nuove regole. Il Patto del 9 dicembre annunciava infatti impegni per una più severa disciplina di bilancio, con sanzioni automatiche e più facilmente applicabili per gli stati che avessero sforato i limiti per deficit e debito, e perfino un ruolo censorio per la Corte europea di giustizia. Ma si trattava di impegni politici che, visto il rifiuto di Londra di aderire, saranno vincolanti soltanto quando saranno tradotti in un trattato internazionale sottoscritto dai 26 stati. La firma dei leader Ue è prevista per marzo, e fino ad allora si è aperto uno spazio di trattativa sul testo.
Come si comporterà dunque l’Italia? Il dossier è da settimane in cima all’agenda del Tesoro, considerato per esempio che l’ultima versione dell’accordo prevede che gli stati dovranno impegnarsi a ridurre drasticamente il loro debito pubblico, con tagli annui di un ventesimo del debito in eccesso rispetto al 60 per cento del pil. Per l’Italia vorrebbe dire ridurre lo stock di debito di 40-50 miliardi di euro l’anno. Si tratta di dosi massicce di rigore fiscale, visto che la manovra correttiva approvata a dicembre da Monti, da sola, pesa 25 miliardi. Tutto questo ovviamente varrà se il Patto resta invariato.
Fino alla conferenza stampa tenuta da Monti il 29 dicembre – in coincidenza tra l’altro con la scadenza per presentare i propri emendamenti al Patto – dal governo italiano non era trapelato nessun tentativo di modifica in corso, almeno ufficialmente. Il lavorìo tra Roma e Bruxelles era comunque avviato, come rivelato dal Foglio la scorsa settimana e come confermato ora dagli emendamenti presentati (e per i quali tra l’altro sono state consultate anche personalità esterne all’esecutivo, come l’ex premier Giuliano Amato). La ratio dell’intervento correttivo del governo Monti, come risulta dai “general remarks” che precedono le chiose all’articolato del Patto, è duplice: da una parte si intende sostenere l’importanza del metodo comunitario in parallelo a un accordo più classicamente intergovernativo, dall’altra si vuole rafforzare l’unione economica al di là dei soli impegni di bilancio.
Il riferimento ripetuto al ruolo della Commissione di Bruxelles è figlio di un approccio ideale fortemente europeista, non una novità per il nostro paese. Ma oggi fare appello ai regolamenti della Commissione – come confermano al Foglio fonti istituzionali – vuol dire soprattutto cercare di correggere l’approccio di Berlino.
Si prenda il discusso articolo 4 della bozza del Patto, che nella versione attuale prevede un rapidissimo rientro del debito pubblico in eccesso non appena il Fiscal compact sarà entrato in vigore. Secondo l’Italia, invece, “è importante evitare ogni ambiguità riguardo il riferimento a regole esistenti nell’ambito del Patto di stabilità e crescita, come aggiornato dal ‘Six pack’”. Impossibile dunque stabilire a priori che il debito dovrà diminuire di un ventesimo l’anno per i paesi che sforano il rapporto debito/pil al 60 per cento, sostiene il governo Monti, anche perché – come scritto negli emendamenti – “il Consiglio del 9 dicembre NON ha deciso di modificare le regole concordate”. Piuttosto, come richiesto già dalla Commissione, bisognerà tenere conto dell’andamento del ciclo economico nei paesi sotto osservazione, come anche delle correzioni di bilancio in corso oltre che di fattori come l’indebitamento dei privati (che in Italia è minore rispetto a molti altri stati Ue). Un discorso simile vale per l’articolo 3, quello che prescrive – anno per anno – bilanci in pareggio o in surplus. Il governo italiano chiede di aggiungere una condizione, ovvero che la regola valga “pur lasciando spazio di manovra per il bilancio, in particolare prendendo in considerazione il bisogno di investimenti pubblici”. Come dire che se i governi spendono soldi del contribuente in investimenti per rilanciare la crescita, non potranno essere applicate le sanzioni previste. Monti intende sfidare Merkel anche sul ruolo della Corte di giustizia europea, chiamata a valutare l’inserimento del pareggio di bilancio nelle costituzioni dei singoli stati. Prima dell’intervento dei giudici, l’Italia chiede che sia ancora una volta la Commissione Ue a occuparsi del tema. Domani comunque, il Servizio giuridico del Consiglio Ue stilerà una nuova bozza dell’accordo che conterrà tutti gli emendamenti presentati dai vari stati. Sarà questo testo a essere al centro della riunione informale con i rappresentanti dei governi prevista per il 6 gennaio a Bruxelles, l’ultima prima del Consiglio Ue dei capi di governo del 30 gennaio.
Fonti istituzionali ragionano ora di possibili alleanze per promuovere le ragioni dell’Italia a Bruxelles, già in vista dell’incontro di venerdì tra Monti e Nicolas Sarkozy. La Francia, tradizionalmente favorevole ad accordi intergovernativi che sottraggano poteri all’Ue, potrebbe essere invece spinta dallo stato non entusiasmante della sua economia a prendere un po’ le distanze da Berlino. Mentre il Pd ha chiesto al governo di fare sue le proposte presentate dal Parlamento europeo alle trattative in corso. E dall’importanza assegnata al metodo comunitario dall’emiciclo di Bruxelles, passando per la proposta di istituire gli Eurobond, non è detto che proprio l’istituzione preferita dall’italiano Altiero Spinelli non possa tornare alleata di Roma.
Si prenda il discusso articolo 4 della bozza del Patto, che nella versione attuale prevede un rapidissimo rientro del debito pubblico in eccesso non appena il Fiscal compact sarà entrato in vigore. Secondo l’Italia, invece, “è importante evitare ogni ambiguità riguardo il riferimento a regole esistenti nell’ambito del Patto di stabilità e crescita, come aggiornato dal ‘Six pack’”. Impossibile dunque stabilire a priori che il debito dovrà diminuire di un ventesimo l’anno per i paesi che sforano il rapporto debito/pil al 60 per cento, sostiene il governo Monti, anche perché – come scritto negli emendamenti – “il Consiglio del 9 dicembre NON ha deciso di modificare le regole concordate”. Piuttosto, come richiesto già dalla Commissione, bisognerà tenere conto dell’andamento del ciclo economico nei paesi sotto osservazione, come anche delle correzioni di bilancio in corso oltre che di fattori come l’indebitamento dei privati (che in Italia è minore rispetto a molti altri stati Ue). Un discorso simile vale per l’articolo 3, quello che prescrive – anno per anno – bilanci in pareggio o in surplus. Il governo italiano chiede di aggiungere una condizione, ovvero che la regola valga “pur lasciando spazio di manovra per il bilancio, in particolare prendendo in considerazione il bisogno di investimenti pubblici”. Come dire che se i governi spendono soldi del contribuente in investimenti per rilanciare la crescita, non potranno essere applicate le sanzioni previste. Monti intende sfidare Merkel anche sul ruolo della Corte di giustizia europea, chiamata a valutare l’inserimento del pareggio di bilancio nelle costituzioni dei singoli stati. Prima dell’intervento dei giudici, l’Italia chiede che sia ancora una volta la Commissione Ue a occuparsi del tema. Domani comunque, il Servizio giuridico del Consiglio Ue stilerà una nuova bozza dell’accordo che conterrà tutti gli emendamenti presentati dai vari stati. Sarà questo testo a essere al centro della riunione informale con i rappresentanti dei governi prevista per il 6 gennaio a Bruxelles, l’ultima prima del Consiglio Ue dei capi di governo del 30 gennaio.
Fonti istituzionali ragionano ora di possibili alleanze per promuovere le ragioni dell’Italia a Bruxelles, già in vista dell’incontro di venerdì tra Monti e Nicolas Sarkozy. La Francia, tradizionalmente favorevole ad accordi intergovernativi che sottraggano poteri all’Ue, potrebbe essere invece spinta dallo stato non entusiasmante della sua economia a prendere un po’ le distanze da Berlino. Mentre il Pd ha chiesto al governo di fare sue le proposte presentate dal Parlamento europeo alle trattative in corso. E dall’importanza assegnata al metodo comunitario dall’emiciclo di Bruxelles, passando per la proposta di istituire gli Eurobond, non è detto che proprio l’istituzione preferita dall’italiano Altiero Spinelli non possa tornare alleata di Roma.